Radio Popolare On Demand

Oct 26 2020 45 mins 1.2k

Il Podcast di Radio Popolare






































































































































Abbey Lincoln (1)
Oct 11 2020 60 mins  
All'inizio degli anni cinquanta in un night di Honolulu, nelle Hawaii, si esibisce per un anno una cantante afroamericana poco più che ventenne che si presenta col nome d'arte di Gaby Lee: donna di straordinaria bellezza, ha successo come sensuale cantante di varietà. Nel '56, quando ormai ha adottato un nuovo nome d'arte, Abbey Lincoln, assai più impegnativo per la risonanza storico-civile del cognome, incide a Hollywood i suoi primi brani, e appare in The Girl Can't Help It - commedia musicale con protagonista Jane Mansfield che esce alla fine dell'anno - in cui interpreta un brano indossando un abito che era già stato utilizzato da Marilyn Monroe in Gli uomini preferiscono le bione. Ma una dimensione da cantante sexy non la soddisfa: Abbey Lincoln non vuole diventare la Marilyn Monroe nera. Così, dopo un primo album dal titolo ammiccante, Abbey Lincoln's Affair, a Story of a Girl in Love, vira verso una direzione più jazzistica, ispirata da Billie Holiday, dalla cui voce è rimasta folgorata da ragazzina, e nel '57 registra That's Him, il suo secondo album, in cui è accompagnata da una formazione stellare, Kenny Dorham, Sonny Rollins, Wynton Kelly, Paul Chambers e quel Max Roach che diventerà suo marito...Con questa serie Jazz Anthology vuole rendere omaggio ad una delle più grandi cantanti della storia del jazz, a novant'anni dalla nascita (agosto 1930), a dieci dalla morte (agosto 2010) e a sessant'anni dalla epocale We Insist! Freedom Now Suite (registrata fra agosto e settembre del 1960 e pubblicata nello stesso anno).





























psicoradio di mar 20/10/20
Oct 21 2020 27 mins  
La vera follia è rimpiangere i manicomi.. ..I redattori di Psicoradio commentano l’articolo di Massimo Fini sul Fatto Quotidiano. Anche se non è più il 10 ottobre, giornata mondiale della salute mentale, Psicoradio continua a tenere accesa la fiamma del rinnovamento che ha portato alla cosiddetta “legge Basaglia”, più di 40 anni fa.....Lo facciamo commentando un articolo che qualche tempo fa ha fatto molto arrabbiare la redazione. E’ di Massimo Fini, pubblicato sul “Il Fatto quotidiano” il 29 agosto scorso, e intitolato “La vera follia fu far tornare i folli a casa: vittime due volte – A distanza di 40 anni contiamo solo i disastri”... “Un articolo arrogante e offensivo per i “pazzi”, come li chiama Fini, ironizzando e fingendo di non capire che non è ipocrisia, o un problema di politically correct, chiamarli con correttezza: persone con una sofferenza psichica” dice Cristina Lasagni, direttrice di Psicoradio.....E Barbara conferma: "Certo che per me non è la stessa cosa essere chiamata pazza o persona con un disturbo. Pazza fa venire in mente pericolo, e i film dell’orrore”.... Ecco uno stralcio dell’articolo: “E’ assolutamente vero che in Italia c'erano i manicomi, pardon ospedali psichiatrici, (…) in cui pazzi, pardon “i malati di mente”erano tenuti in condizioni disumane. (…) L’errore sta nel fatto che la legge fu applicata da Basaglia e soprattutto dai suoi discepoli, spesso teorici che un matto vero non l’avevano mai visto in faccia, con una coerenza omicida.” ....E poi continua elogiando alcuni ospedali psichiatrici del passato ( pardon, manicomi!) ed elencando situazioni critiche di oggi, come la mancanza di strutture. Che però le associazioni di pazienti e familiari denunciano da anni, consapevoli comunque che la soluzione non è certo tornare ai luoghi di segregazione delle persone...“Su questi temi deve scrivere chi vive questi disagi o li conosce bene, non giornalisti in cerca solo di audience” dice Giovanni...“Mi sembra intellettualmente disonesto” commenta Cristina “sottolineare quello che oggi non funziona perché la legge non è stata applicata, e dire che questo è il motivo per cui la legge non è giusta e va cambiata, o eliminata. Sarebbe come creare un nuovo reparto di maternità, senza dotarlo delle attrezzature che servono, e poi dire: “questo reparto non funziona, lo chiudiamo”. Ma no, dotiamolo di quello che serve per farlo funzionare!”.....Ma la vera risposta a Massimo Fini è di Claudio, un redattore di Psicoradio, che a fine puntata racconta la sua esperienza di paziente (im)paziente di guarire. Da più di un anno lontano da medicine e medici.




























































































































































psicoradio di mar 13/10/20
Oct 12 2020 28 mins  
Dietro ogni scemo c'è un villaggio - Il 10 Ottobre è la giornata mondiale della salute mentale. Psicoradio di salute mentale ne parla ogni settimana da ormai una quindicina d’anni! Questa volta analizziamo la canzone dì Fabrizio De André “Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio)”, che il cantautore realizzò ispirandosi ai versi dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, ed inserì nello storico album del 1971, “Non al denaro non all’amore né al cielo”...In redazione è nata una discussione sui significati del testo, ma anche sul ruolo del “matto” all’interno di una comunità e sugli stereotipi che certe narrazioni possono portare con sé...A Vincenzo questa canzone piace perché “non si avverte la differenza tra i cosiddetti matti e i cosiddetti normali” mentre Giovanni sostiene che il brano di De Andrè “fa pensare che al mondo ci siano persone un po’ diverse, che per arrivare a comprendere determinate cose fanno un giro più lungo o un giro diverso rispetto ad altre.”..“Tu basta che fai qualcosa di diverso e la gente ti prende per scemo” commenta Gianmaria, ricordando il sottotitolo della canzone: Dietro ogni scemo c’è un villaggio. De Andrè quindi difende questo “scemo” suggerendo che dietro ad ogni scemo c’è un villaggio che è ancora più scemo e più pazzo di lui, perché è ignorante e non lo comprende”. E aggiunge che ”De André ha sempre difeso chi stava male, perché chi sta male è scomodo da difendere e da aiutare...Secondo Vincenzo però nella canzone affiora un luogo comune “che la vita del cosiddetto matto sia una vita sprecata. Ma emerge contemporaneamente anche il rimorso per non aver capito, accolto, il cosiddetto scemo del villaggio”. “Ma lo scemo” - chiosa Gianmaria - “da morto non ha bisogno della pietà di chi prima lo prendeva in giro.”







































































































































































































































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