Commento a Atti 27, 1-20
Uomini, vedo che la navigazione sta diventando rischiosa
È l’autunno del’anno 60 d.C. Finalmente Paolo parte per Roma. Le vicende giudiziarie, con la lentezza, le arbitrarietà e insensatezze burocratiche, realizzano la sua decisione di andare a Roma (19,21). In essa lo confermò il Signore stesso la notte dopo l’ultimo tentativo di linciaggio subito nel Sinedrio. Venne infatti a confortarlo con le parole: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, bisogna che anche a Roma tu testimoni” (23,11).
Lì punta ora il corso della salvezza, guidato da Dio “fino agli estremi confini della terra” (1,8). Glielo confermerà anche un angelo di Dio durante la traversata burrascosa: “Non temere, Paolo! Bisogna che tu compaia davanti a Cesare” Paolo è il prototipo degli inviati che portano l’annuncio messianico a tutti: in concreto lo porta nel cuore dell’impero romano che abbracciava l’Europa, l’Asia minore e tutto il nord Africa.
Grazie a Paolo saranno salvati anche i suoi compagni di viaggio (27,24), prefigurazione dell’umanità intera. Siamo infatti tutti sulla stessa barca.
La nostra esistenza è turbine tempestoso che ci scaglia contro gli scogli e ci sommerge nell’abisso. Eppure tutti siamo salvati “dal viaggio” della Parola che porta salvezza al mondo. Il racconto raffigura l’effetto salvifico di Cristo attraverso il suo testimone. In lui opera la morte perché in tutti gli altri vinca la vita (leggi 2Cor 4,7-18!). Il Venerdì Santo, quando Gesù, luce del mondo, fu crocifisso, si fece tenebra sulla terra. Questa tenebra del Venerdì Santo continua nella croce dei suoi testimoni. E dura non una, ma due settimane, cioè per sempre, fino a quando si compirà il giorno del ritorno al Padre di tutti i suoi figli e “Dio sia tutto in tutti” ( Cor 15,26). Nella traversata per giungere al centro del potere mondano Luca mostra “le sue capacità letterario-narrative, costruendo un racconto colorito, vivace, drammatico, pieno di dettagli, di supense, e avventure, narrato in prima persona plurale. Il che rafforza la concretezza e coinvolge nel “noi” il lettore stesso.
Da abile scrittore, Luca ci tiene a chiudere la sua opera con un finale grandioso, quasi da fuochi d’artificio. La storia non è un arida somma di dati. Lo storiografo antico racconta con uno stile all’altezza dell’argomento trattato. Il modo di dire è l’arte che rende la realtà attraente e leggibile.
Il finale degli Atti è non meno grandioso e sorprendente di quello del Vangelo, dove è sconfitta la morte: invece di essere gettati nell’abisso, siamo risucchiati dal cielo sereno che si apre per accoglierci.
Il naufragio è metafora della vicenda di ogni uomo e dell’umanità intera, destinata ad affogare in se stessa. Eppure la nave dovrebbe attraversare il mare e le sue burrasche! E per di più è carica di frumento, alimento di vita.
Su questa nave che si sfascerà, Paolo celebra la sua “messa sul mondo”, che porta salvezza a tutti i naufraghi della vita.
I verbi del testo sono al “noi”. Luca è presente, con Paolo e tutti gli altri. Pure noi lettori facciamo parte di questa barca, come chiunque. Nella traversata della vita siamo tutti vittime della stessa sorte: la morte. Ma la presenza di Paolo, con la Parola che dice e il Pane che spezza, è salvezza per tutti. La Parola e il Pane di Gesù lo hanno fatto uno con Lui, con il suo stesso cammino e la sua stessa meta.
Certamente Luca nei capitoli precedenti ha ricalcato il processo di Paolo su quello del suo Maestro. Anche il suo viaggio a Roma è come il cammino di Gesù nella sua passione. Non mancano somiglianze: la predizione ( At 27,10; cf Lc 22,37s), la violenza della tempesta (At 27,18-20, cf. Lc 18,33 e Lc 23, 44: flagellazione e crocifissione), oscurarsi del cielo (At 27,20; Lc 23,44), estenuazione fisica (At 27,21.33, cf Lc 23,44.45a: Gesù morente), il rompersi di tutta la barca (At 27,41, cf Lc 23,45b: rompersi del velo e morte di Gesù).
Oltre questo confronto allusivo puntuale tra passione di Paolo e di Gesù, si rileva un tema generale di fondo, che si rifà alle parole di Gesù in Luca 6,40: “Il discepolo non è più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro”.
Davanti a prove e sofferenze, Paolo ha lo stesso “stile” del suo maestro: “niente fuga, fiducia totale in Dio e preghiera”. Attraverso l’accettazione delle prove, Paolo è divenuto in tutto sempre più come il suo Maestro. Infine si nota come la morte di Gesù in Lc 23 e il naufragio di Paolo in At 27 hanno la stessa funzione narrativa: sottolinea definitivamente l’innocenza dei due protagonisti.
Paolo stesso aveva scritto : “Sono stato crocifisso con Cristo e non son più io che vivo, ma Cristo vive i me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). La vita di Paolo è risposta d’amore all’amore. E l’amore fa l’amante simile all’amato. Gesù e Paolo sono due che diventano “uno” nell’amore: hanno lo stesso volto, che rispecchia la stessa gloria.
In breve: nel cap. 27 l’esistenza umana, nella sua storia di perdizione, diventa storia di salvezza. Il passaggio avviene tramite Paolo. Il suo volto e il suo Spirito è lo stesso del suo Signore che indurì il volto per camminare verso Gerusalemme e mettersi nelle mani di tutti per salvare tutti (cf Lc 9,51ss).
Il racconto presenta il prigioniero Paolo che, pieno di fede, tiene a bada le forze del male. Dà consigli alla ciurma della nave e ai Romani. Garantisce a tutti salvezza nel e non dal naufragio; ed esorta tutti a prendere il cibo che salva dal pericolo di perire. È l’eucaristia (27,35; cf. 28,15 e Lc 22,17.19). Nonostante le forze ostili, sia degli uomini che della natura, siamo tutti destinati a salvezza grazie alla solidarietà del “giusto” con noi. Paolo è “il positivo” di Giona, il missionario che compie la sua missione a imitazione del Maestro, che già aveva salvato dalle tempeste i suoi discepoli in barca. Paolo, prigioniero per Cristo, è come Cristo: salva i suoi compagni prigionieri della morte.
Divisione del testo:
a. vv. 1-8: partenza per Roma e sosta a Lasaia
b. vv. 9-12: partenza da Lasaia sconsigliata da Paolo per la previsione della tempesta
c. vv. 13-20: la tempesta
Uomini, vedo che la navigazione sta diventando rischiosa
È l’autunno del’anno 60 d.C. Finalmente Paolo parte per Roma. Le vicende giudiziarie, con la lentezza, le arbitrarietà e insensatezze burocratiche, realizzano la sua decisione di andare a Roma (19,21). In essa lo confermò il Signore stesso la notte dopo l’ultimo tentativo di linciaggio subito nel Sinedrio. Venne infatti a confortarlo con le parole: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, bisogna che anche a Roma tu testimoni” (23,11).
Lì punta ora il corso della salvezza, guidato da Dio “fino agli estremi confini della terra” (1,8). Glielo confermerà anche un angelo di Dio durante la traversata burrascosa: “Non temere, Paolo! Bisogna che tu compaia davanti a Cesare” Paolo è il prototipo degli inviati che portano l’annuncio messianico a tutti: in concreto lo porta nel cuore dell’impero romano che abbracciava l’Europa, l’Asia minore e tutto il nord Africa.
Grazie a Paolo saranno salvati anche i suoi compagni di viaggio (27,24), prefigurazione dell’umanità intera. Siamo infatti tutti sulla stessa barca.
La nostra esistenza è turbine tempestoso che ci scaglia contro gli scogli e ci sommerge nell’abisso. Eppure tutti siamo salvati “dal viaggio” della Parola che porta salvezza al mondo. Il racconto raffigura l’effetto salvifico di Cristo attraverso il suo testimone. In lui opera la morte perché in tutti gli altri vinca la vita (leggi 2Cor 4,7-18!). Il Venerdì Santo, quando Gesù, luce del mondo, fu crocifisso, si fece tenebra sulla terra. Questa tenebra del Venerdì Santo continua nella croce dei suoi testimoni. E dura non una, ma due settimane, cioè per sempre, fino a quando si compirà il giorno del ritorno al Padre di tutti i suoi figli e “Dio sia tutto in tutti” ( Cor 15,26). Nella traversata per giungere al centro del potere mondano Luca mostra “le sue capacità letterario-narrative, costruendo un racconto colorito, vivace, drammatico, pieno di dettagli, di supense, e avventure, narrato in prima persona plurale. Il che rafforza la concretezza e coinvolge nel “noi” il lettore stesso.
Da abile scrittore, Luca ci tiene a chiudere la sua opera con un finale grandioso, quasi da fuochi d’artificio. La storia non è un arida somma di dati. Lo storiografo antico racconta con uno stile all’altezza dell’argomento trattato. Il modo di dire è l’arte che rende la realtà attraente e leggibile.
Il finale degli Atti è non meno grandioso e sorprendente di quello del Vangelo, dove è sconfitta la morte: invece di essere gettati nell’abisso, siamo risucchiati dal cielo sereno che si apre per accoglierci.
Il naufragio è metafora della vicenda di ogni uomo e dell’umanità intera, destinata ad affogare in se stessa. Eppure la nave dovrebbe attraversare il mare e le sue burrasche! E per di più è carica di frumento, alimento di vita.
Su questa nave che si sfascerà, Paolo celebra la sua “messa sul mondo”, che porta salvezza a tutti i naufraghi della vita.
I verbi del testo sono al “noi”. Luca è presente, con Paolo e tutti gli altri. Pure noi lettori facciamo parte di questa barca, come chiunque. Nella traversata della vita siamo tutti vittime della stessa sorte: la morte. Ma la presenza di Paolo, con la Parola che dice e il Pane che spezza, è salvezza per tutti. La Parola e il Pane di Gesù lo hanno fatto uno con Lui, con il suo stesso cammino e la sua stessa meta.
Certamente Luca nei capitoli precedenti ha ricalcato il processo di Paolo su quello del suo Maestro. Anche il suo viaggio a Roma è come il cammino di Gesù nella sua passione. Non mancano somiglianze: la predizione ( At 27,10; cf Lc 22,37s), la violenza della tempesta (At 27,18-20, cf. Lc 18,33 e Lc 23, 44: flagellazione e crocifissione), oscurarsi del cielo (At 27,20; Lc 23,44), estenuazione fisica (At 27,21.33, cf Lc 23,44.45a: Gesù morente), il rompersi di tutta la barca (At 27,41, cf Lc 23,45b: rompersi del velo e morte di Gesù).
Oltre questo confronto allusivo puntuale tra passione di Paolo e di Gesù, si rileva un tema generale di fondo, che si rifà alle parole di Gesù in Luca 6,40: “Il discepolo non è più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro”.
Davanti a prove e sofferenze, Paolo ha lo stesso “stile” del suo maestro: “niente fuga, fiducia totale in Dio e preghiera”. Attraverso l’accettazione delle prove, Paolo è divenuto in tutto sempre più come il suo Maestro. Infine si nota come la morte di Gesù in Lc 23 e il naufragio di Paolo in At 27 hanno la stessa funzione narrativa: sottolinea definitivamente l’innocenza dei due protagonisti.
Paolo stesso aveva scritto : “Sono stato crocifisso con Cristo e non son più io che vivo, ma Cristo vive i me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). La vita di Paolo è risposta d’amore all’amore. E l’amore fa l’amante simile all’amato. Gesù e Paolo sono due che diventano “uno” nell’amore: hanno lo stesso volto, che rispecchia la stessa gloria.
In breve: nel cap. 27 l’esistenza umana, nella sua storia di perdizione, diventa storia di salvezza. Il passaggio avviene tramite Paolo. Il suo volto e il suo Spirito è lo stesso del suo Signore che indurì il volto per camminare verso Gerusalemme e mettersi nelle mani di tutti per salvare tutti (cf Lc 9,51ss).
Il racconto presenta il prigioniero Paolo che, pieno di fede, tiene a bada le forze del male. Dà consigli alla ciurma della nave e ai Romani. Garantisce a tutti salvezza nel e non dal naufragio; ed esorta tutti a prendere il cibo che salva dal pericolo di perire. È l’eucaristia (27,35; cf. 28,15 e Lc 22,17.19). Nonostante le forze ostili, sia degli uomini che della natura, siamo tutti destinati a salvezza grazie alla solidarietà del “giusto” con noi. Paolo è “il positivo” di Giona, il missionario che compie la sua missione a imitazione del Maestro, che già aveva salvato dalle tempeste i suoi discepoli in barca. Paolo, prigioniero per Cristo, è come Cristo: salva i suoi compagni prigionieri della morte.
Divisione del testo:
a. vv. 1-8: partenza per Roma e sosta a Lasaia
b. vv. 9-12: partenza da Lasaia sconsigliata da Paolo per la previsione della tempesta
c. vv. 13-20: la tempesta